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All’Illustrissimo et Eccellentissimo
Signore, il Signor
Donn’Alfonso da Este,
Principe di Ferrara,
Girolamo Ruscelli.


Quando, questi mesi adietro, io diedi all’onorato Messer Vi-
cenzo Valgrisio questo Furioso, che egli con le bellissime sue fi-
gure volea dare in luce, come ora fa, io, et per mia partico-
lare elettione, et per conforti, et consegli, quasi universal-
mente di ciascuno con chi ne parlai, feci ferma risolutione di
farlo andare felicemente fuori sotto il glorioso nome di Vostra Ec-
cellentia. Onde nel raccorre nella mente mia il soggetto della
epistola, mi si pararon subito avanti quei tre capi, che debbon’
esser sempre come principali in soggetto tale: cioè, il discorrere intorno alle lodi di questo,
che io sempre come obligatamente chiamo divino scrittore, intorno a queste cose, ch’io vi ho
fatte sopra, et intorno a i meriti di Vostra Illustrissima, et Eccellentissima Signoria; per
giustificarmi con queste tre cose, che il dono sia degno di lei, che ella sia degna del dono, et
che a me s’appartenga di doverlo fare. Et in quanto al primo, cioè al ragionar delle lodi di
questo felicissimo poema, io me ne trovava d’aver già da allora come preparato, et in pun-
to il prato, et la selva con molta cura già molto tempo. Perciocché essendomi più di XV
anni continui fatto intender dal mondo d’essere in pensiero, et in opera di voler pienamente
descrivere a i presenti, et a i posteri l’eccellenza della nostra Italia, et non
volendo con le sopr’eccedenze, et con le cose in aria mostrar di far panegirici, o di prendere
a sostener paradossi, mi disposi di far vedere, et come sicuramente toccar con le mani, non
che con le ragioni manifeste et chiare, tutto quello ch’io n’ho da dire, in tre volumi partico-
lari. Nell’uno de’ quali si descriva con parole, et con figure pienamente tutto il sito dell’Ita-
lia in universale, et poi nelle parti, o provincie principali tutte, et poi nelle città, et luoghi
particolari di ciascuna parte. Il qual volume con la gratia di Dio sarà in punto fra non mol-
to tempo, con un gran numero di figure con tai descrittioni di paesi, et luoghi, che ho già a-
vute, et tuttavia vengo avendo dalla bontà di molti Principi, che benignissimamente, et
volentieri, et con mostrar di riceverlo in servigio singolare, mi mandano in figura le descrit-
tioni de gli stati, et paesi loro, come spero che farà parimente Vostra Eccellentia. Le quai
figure io con l’aiuto di molti amici, et signori miei fo qui intagliare in rame, con tutte quelle
bellezze, et perfettioni, che possa desiderarvisi, non che porsi in opra. Nell’altro volu-
me poi han da essere gli esempi veri, et l’istorie del valore delle persone chiare, così in ar-
me, come in lettere da dugento anni a dietro della nostra Italia, con le genealogie di tutte le
famiglie illustri. Et nel terzo la perfettione della nostra lingua. Et questo ha da essere il
primo che si dia in luce, et già ne sono stampati tanti fogli, che, con la gratia di Dio, spero,
che fra non molti giorni sarà finito. In questo stesso volume, ch’io ho intitolato Commenta-
rii della lingua Italiana, si dimostra con molte ragioni l’eccellenza del parlar’umano, et co-
me per esso solo può l’uomo farsi conoscere per animal rationale, dotato d’intelletto, et supe-
riore a tutti gli altri. Onde per esser la favella in noi di tanta importanza, pare che imperfet-
tamente con ogn’altra cosa si fosse descritta l’eccellenza di questa nostra felicissima provincia,
se non si mostrava, che ancora in questa parte ella non vada inferiore ad alcun’altra, come
con l’aiuto di Dio io penso d’aver pienamente fatto nel già detto libro. Et perché in queste
essaminationi, et in queste pruove m’è convenuto presupporre, et proporre insieme, di po-
ter mostrar con gli essempi, che ella sia attissima a ricevere ogni ornamento, et a tenere il
colmo d’ogni eccellenza nell’esprimer qual si voglia cosa, et in qual si voglia soggetto, io in
essi in quanto alla poesia (che è la più importante per dimostrar la perfettion d’una lingua) ho
proposto, et nominato sempre il Petrarca, et il Furioso; et questo poi tanto più, quanto è
più importante in se stesso il poema eroico, che il lirico. Et di qui s’è fatto, che in questi XV
o XVI anni, io son venuto di continuo leggendo, et rileggendo questo poema, et dili-
gentissimamente considerando così nelle voci, come nelle cose, ogni minima parte sua, et
averne ad ogn’ora lunghissimi ragionamenti, et discorsi, quasi con quanti begli ingegni,
et persone dotte ha avuto l’Italia ne’ tempi miei. Onde più d’una volta ho inteso da questo
et quello tutte le accuse, o riprensioni, che gli si fanno; che però sono tutte o di persone po-
co dotte, o maligne, o che in ultimo m’hanno confessato ingenuamente di non aver di
questo poema vedute se non alcune poche cose qua et là, come fuggitivamente, o a caso. Né
ho insomma trovata persona veramente dotta et giudiciosa, che non sia efficacissimamente
concorsa nel parer, non dico mio solo, ma universalmente di tutti i dotti, che questo scritto-
re sia per certo stato dato in questa età nostra da Dio benignissimo alla nostra Italia per un
vero sole di questi secoli, et per un glorioso annuntio d’esser vicino il tempo, che la divina
Maestà sua la voglia finire di tener nel colmo d’ogni sua gloria. Sì come nel secondo de’ detti
volumi io dimostro a pieno, se non m’inganno. Questo lungo essercitio adunque, che io ho già
detto d’aver fatto con gli occhi, con l’orecchie, et con la mente, nell’investigar le bellez-
ze, et le perfettioni di questo felicissimo scrittore, m’aveano tanto assicurato, che come comin-
ciai a dire nel principio di questa lettera, io nel propormi raccoltamente nell’animo il soggetto
d’essa, giudicai in quanto a questa parte delle lodi sue, d’averlo tutto come in un glomero, o-
ve non avessi da patir’altra fatica, che di prenderlo da un capo, et distenderlo a voglia
mia. Ma prendendo dapoi la penna per cominciar’ a farlo, et procurando di proceder sem-
pre ordinatamente come si conviene, mi ritrovai d’avere a poco a poco pieni molti fogli et mol-
ti, senz’aver ancor detta la ventesima parte di quello, che mi restava a dire. Et m’avidi d’a-
vere in quel capo solo trasceso soverchiamente ogni convenevole d’una epistola dedicatoria, che
a voler finirla avria contenuto i tre quarti di tutto questo stesso poema del qual ragiono.
Là onde se ne fecero nella mente mia due cose di non poca importanza alla contentezza, et
alla gloria mia. L’una delle quali è una ferma speranza, et un come sicurissimo augurio,
che l’ombra, et il nome di Vostra Eccellenza abbia virtù produttrice, et aumentatrice di
valore, et di felicità ne gli animi, et ne gli ingegni di chi sanamente l’osserva, et la rive-
risce. L’altra è stata una risolutione di mutare a quel soggetto, nome et luogo; et in vece
di parte d’una epistola dedicatoria, che io l’avea destinata nel principio di questo libro, farne
un libro per se solo, et intitolarlo, Le Bellezze del Furioso. Et già l’ho con-
dotto tant’oltre, che, se non m’inganna il giudicio non men d’altri che mio, spero di far’in
brieve veder’al mondo quello che già molt’anni soglio con voce, et con penna confermare
sempre, cioè, che la lingua nostra abbia molto più largamente da dare, che da a-
vere invidia alla greca, et alla latina della gloria, et dello splendore de’ poemi loro.
In quanto poi al secondo capo, ch’io proposi di questa epistola, che è quello ove si conve-
nisse spiegar le lodi di Vostra Illustrissima, et Eccellentissima Signoria, io, sì come mi proposi
nell’animo da principio, così ora puntualmente eseguisco, che è di passarmene con silentio.
Et questo non per quella bella sentenza, che in ogni cosa grande può aver luogo, cioè che sia
meglio il tacerne, che il dirne poco; né perché elle sieno per se stesse notissime al mondo. Per-
ciocché se queste due ragioni valessero molto o poco, non sarebbe chi a Dio stesso cantasse mai
alcuna delle lodi del sommo Iddio, infinite, et notissime non solo a gli uomini, ma ancora a
gli animali bruti, et a tutte quelle cose insensate, che la Santa Chiesa quasi ogni giorno invita a
cantarle seco. Ma la cagione perché io mi sia posto in animo di non volere in questa epistola
entrare in alcun modo nelle lodi di Vostra Eccellenza, è stata solo perché essendo ella ancor
ne’ primi anni della sua gioventù, o per dir forse meglio, ne gli ultimi della sua fanciullezza,
non mi parea di poter fondarmi, né stendermi altrove, che nelle lodi de’ suoi antecessori, da i
primi giorni della lor nobiltà, insino a questi, ov’ora siamo. Et dall’entrar, non che allargarmi
anco in queste non mi ritraeva alcuna delle qui poco avanti ricordate ragioni, ma solamente
perché nel secondo volume de’ tre che ho detti, dell’eccellenza d’Italia, parlando di Fer-
rara, mi convien far compendiosa descrittione delle istorie di questa nobilissima, et fe-
licissima città, et seco de’ fatti dell’illustrissima casata da Este. Il che fo poi tanto più
et volentieri, et come obligatamente, quanto che avendo io tolto a dichiarare non meno il
sentimento delle cose, et delle parole, che le bellezze, et l’ornamento di questo autore, mi
conviene distesamente esporre tutte quelle istorie, et quei fatti di detta illustrissima casa
Estense, che in questo poema sono solamente toccate, et accennate, come in corso.
Et per far questo non poteva offerirsi luogo più comodo, né più convenevole, che nel secon-
do volume dell’eccellenza d’Italia, ove si comprendono l’istorie in compendio, et i fatti glo-
riosi de’ signori di tutta Italia. Poi che già universalmente si sa, et si vede, che cotesta nobi-
lissima città vostra, et la vostra eccellentissima casa, è stato sempre così chiaro, et così
caro splendor dell’Italia, che communemente godono al suono del nome suo tutti i buoni, et
ne fa continuata testimonianza Iddio col venirla di continuo conservando, et di tempo in
tempo augumentando in vera felicità, et in vera gloria.
Ora in quanto finalmente a quel terzo capo, che io proposi nel principio di questa epi-
stola, cioè di mostrar quelle cose ch’io ho fatte a beneficio, et splendor di questo poema, par-
mi che possa per se stesso veder ciascuno, come oltre all’averlo io ridotto alla vera, et per-
fettissima ortografia, sì come si conviene a libro tale, che abbia da essere essempio, et gui-
da a tutti gli studiosi, et amatori di questa bellissima lingua nostra, et oltre all’averlo il-
lustrato con argomenti, con la vita dell’autore, con gli scontri de’ luoghi da lui medesimo
mutati doppo le prime impressioni, et con molt’altre cose di diversi begli ingegni, son venu-
to di canto in canto, et di luogo in luogo esaminando tutte quelle cose, che da chi si voglia,
o per ignoranza, o per malignità, o per curiosità, o per dottrina potessero, o imputarsi per
non ben dette, o esser dubbiose, et desiderar d’intenderne le ragioni. Nella quale impresa io
mi rendo sicurissimo (di che a Dio solo si dia ogni gloria) non solamente d’aver liberato l’au-
tore dalle molte, et importune accuse, o cavillationi di questo et quello, ma ancora d’aver
fatta cosa gratissima, et utilissima a gli studiosi, con l’essersi venuto in quelle ad aprir loro
la via, et a fargli attenti, et avvertiti a scriver giudiciosamente. Il che pare, che da quasi
tutti coloro, che fin qui s’han tolto ad esporre, o dichiarare gli scritti altrui, non si sia in qual
si voglia lingua curato, o voluto far da molti, per non dir da niuno ristrettamente.
Ma quantunque tutte queste cose, che io ho fatte a beneficio, et splendor di questo poe-
ma, sieno pur tali, che da tutte le persone fuor d’invidia, et di malignità si speri che abbia-
no eternamente a vivere insieme con esso, et a venirlo a far’ogni dì più caro, et riverito dal
mondo, nientedimeno un’altra cosa io vi ho poi fatta di maggiore importanza che tutte l’al-
tre, et quella che da ogni sublime ingegno si sarebbe di tempo in tempo potuta o desiderare in
questo poema, o aversen’esso per men perfetto, et men glorioso, non vi essendo. Et questo
è stato il sopplir’io ora a quello, che il corso de’ cieli, et della Natura, o per cagioni a loro or-
dinarie, o per altre incognite a noi, avea mancato di dare all’Ariosto per intera perfettione di
questo suo libro, cioè, o di far nascere Vostra Eccellenza tanti anni prima, o di far sopraviver
lui tant’altri appresso, che egli avesse potuto illustrar detto suo poema col nome di lei, et con
descrivervi felicemente quelle rare, et ammirande qualità sue, per le quali già in questi pri-
mi anni della prima gioventù sua, la nostra Italia si comincia ad augurare un così chiaro lu-
me, che sia, non dico per offuscare, ma per rallustrare, et riaccendere con lo splendor suo
la memoria di tanti altri gloriosi lumi, ch’ella ha avuti per ogni tempo. Molto mag-
giore adunque, che d’averlo purgato dagli errori altrui, d’averlo adornato con tanti frut-
ti di sì begli ingegni, d’averlo difeso da ogni calunnia, d’averlo dichiarato per tante vie, et
d’averlo poi in particolar volume descritte a pieno le bellezze sue, sarà il beneficio, et lo splen-
dore ch’io ho dato a questo poema, con farlo da qui inanti andare attorno, et vivere eterna-
mente con la felicissima scorta di Vostra Illustrissima Signoria. Et veramente a niuno più convene-
volmente si dovea questo libro dedicar che a lei. Perciocché essendo stata manifesta intentione
dell’autore di cominciar dalle lodi della persona di Ruggiero, come da antico, et primo
ceppo dell’illustrissima, et eccellentissima casa Estense, si conviene a questo li-
bro portarsi sempre in fronte l’onoratissimo nome di Vostra Eccellenza, come per additare al
mondo un vero, et chiarissimo essempio, et come una efficacissima pruova, che per som-
me, et ammirabili che sieno le cose, che in questo poema si scrivono di Ruggiero, non sono pe-
rò né impossibili, né fuor di credito, poi che molto maggiori ne vien di continuo vedendo il
mondo ne i rami, che doppo tanti anni germogliano da quella pianta. Et ho detto molto mag-
giori, per quel sicurissimo giudicio, che a paragone può farsene da quel saggio, che se n’è avu-
to fin qui da Vostra Signoria Illustrissima. Perciocché primieramente sappiamo, che Ruggiero nacque
come miseramente, in tanto disagio, et in tanta estrema povertà, et miseria della madre;
et fu poi da Atlante raccolto, et nodrito nella asprissima montagna di Carena, con vita
così rigida, et rusticale, sotto la durissima cura di esso Atlante. Là ove, Vostra Eccellentia,
nata fra tante ricchezze, fra tanti agi, fra tante glorie, et nodrita poi con tante delicatez-
ze, tosto che fu uscita delle braccia della madre, et delle nodrici, fece conoscere il valore
dell’animo suo, et si faceva in fronte legger da ciascuno d’esser nata alle grandezze, sì come
ha poi continuatamene mostrato sempre. Onde oltre a gli studii delle lettere, a i quali soli
per quei primi anni teneri l’avean destinata gl’Illustrissimi suoi genitori, ella da se stessa si
diede all’essercitio del cavalcare, et dell’armeggiare, et con tanta cura, et con tanta assi-
duità, che a chi le diceva, che era troppo alla tenerezza de’ membri suoi, si sparse grata voce
per tutta Italia, che ella con faccia, et con voce fanciullesca solea rispondere con molta va-
ghezza che volea più tosto morir fanciullo, che viver poi uomo o vecchio, con membri et
con robustezza da fanciullo. Ruggiero in età giovenile scorse il mondo, parte guidato da
Agramante, et parte su’l cavallo alato, tratto da gl’incanti del suo maestro per condurlo
poi ad esseminarsi in India al Castello d’Alcina, onde convenne poi ancor trarlo come a for-
za, con le riprensioni et aiuto di Melissa Maga. Là ove Vostra Eccellenza in quegli anni
stessi, ne’ quali si cominciano a gustare et a conoscere et come sfrenatamente abbraccia-
re i piaceri del mondo, da se stessa, et con tanto contrasto, et tanto dispiacer del signor suo
padre, et di tutti i suoi, lasciò le morbidezze, et i piaceri, come infiniti della casa, et della
patria sua, et andossene (userò le parole, che con molto piacere, et ammiratione allora
n’usò tutta Italia) come fuggitivamente in Francia, ove subito giunta, et conosciuta da
quel giudiciosissimo, et prudentissimo Re, per così vecchia di senno, et virile d’animo, et
di valore, come giovinetta d’anni, non le fu assegnato luogo di solo, et semplice cavaliero,
ma datole carico di cento uomini d’arme, et fatta Cavalier dell’ordine Regio, intervenne
sempre nel conseglio di tutte le cose importantissime di quella guerra, che era in punto. Et
indi a non molti mesi se n’andò in Edino, et volendo ella restarvi, riconobbe, et riconosce-
rà sempre la nostra Italia per grande, et segnalatissima gratia dalla bontà infinita di Dio,
che avendola anco il Re Cristianissimo deputata per uno de’ Capi di quel luogo, la rivocas-
se poi, per cose di maggiore importantia, et con più felice occasione, et più a tempo, che
quell’altro chiarissimo lume, et raro splendor d’Italia, l’Illustrissimo Signor Duca Ora-
tio Farnese, del qual poi il corpo vi rimase estinto, con rimanerne eternamen-
te accesa, et viva la gloria, et la memoria del valor suo. Et in tutte quella fattioni, che
si fecero in quella guerra, Vostra Eccellentia volle ritrovarsi sempre. Onde si ritrovò princi-
pale a quella sì grossa scaramuccia quattro leghe presso ad Amians, che nel darsene avisi con
lettere dall’una, et dall’altra parte, fu battezata piuttosto battaglia, che scaramuccia. Si ri-
trovò in tutte quelle scorrerie, et guasti che si fecero ne i borghi d’Aràs. Fu con la per-
sona stessa del Cristianissimo Re Enrico, quando s’appresentò a battaglia con l’Illu-
strissimo Signor Duca di Savoia sotto Valentiana. Con la persona dell’Ec-
cellentissimo Gran Contestabile, quando prese Mariamburgo. All’espugnatione
di Bovines. All’assalto, onde poi si rese, di Dinan, et alla presa di Bins. Et tanto gioiva, et
tanto si confidava quel Cristianissimo Re nel valore, et nella sofficentia di lei, che essendosi
la Maestà dell’Imperator Carlo Quinto fatta forte di là dalla Mosa, sua
Maestà Cristianissima mandò Vostra Eccellentia a presentarle la battaglia. Et indi a non
molti giorni essendo tutto l’essercito Francese sotto Rentì, et essendo da gl’Imperiali stata
presa valorosamente una collina, che era tra l’uno e l’altro essercito, fu Vostra Eccellenza
quella, che insieme con l’Illustrissimo Monsignor di Guisa, suo cognato, riacquista-
rono il luogo perduto, il quale per commun giudicio era atto a dar la vittoria in quella giorna-
ta, se fosse seguita. Et essendo poi gran parte de’ Francesi rivolti in fuga, ella si spinse inan-
ti, et con tanto essemplar valore si fece strada tra i nemici, et con tanto efficace maniera
riprese, et confortò i suoi, che rivocò il solito ardire nel petto di quei soldati Francesi, et si
fece seguir da tutti animosamente, et dato tra i vincitori, gli disturbò in modo, che tolse lor
xxii insegne di fanteria, due stendardi d’uomini d’arme, quattro cornette di cavai leggie-
ri, et sei pezzi d’artiglieria. Onde s’intese per tutto universalmente, che in tutte quelle fat-
tioni non solamente di Cristianissimo Re Enrico, con tutta la Francia, ma ancora il
veramente Magno, et non mai a pieno essaltato Imperator Carlo Quinto,
et l’Eccellentissimo Principe di Piemonte con tutta la nobiltà dell’essercito, et della Cor-
te Imperiale gioivano lietamente, et stupivano di vedere, et d’udir le cose così gloriosamen-
te fatte da un fanciullo, come par che in quell’essercito nominasser sempre Vostra Eccellentia.
Ora in questo così sommario ricordo, ch’io fo come per un parallelo della convenienza
tra Vostra Signoria Illustrissima, et Ruggiero, io lascio il mettere in conto, che l’uno et l’altro fosse di
sangue regio, ma tanto più di lui Vostra Eccellenza, quanto ella è ora doppiamente, prima
per la descendenza d’esso Ruggiero, et di Bradamante nella linea paterna, et poi fratello
cugino del Cristianissimo Re Enrico per sangue materno. Et così tacerò la bellezza,
et la maestà del sembiante, con la quale, secondo le ragioni naturali, et communissimamen-
te ricevute, fa tanto più chiare, et più care quelle dell’animo. Et così tacendo ogn’altra cosa, che po-
tesse in tutto, o in parte riconoscersi dalla Natura, o dalla Fortuna, dirò solamente, che o per
la qualità di quei tempi, ne’ quali fu Ruggiero, o per altra cagione, egli non avesse o occasione, o
modo, o fors’anco pensiero, et animo di mostrar la grandezza dell’animo suo, et l’affettione a
gli studii, et alle lettere, come tutte insieme si veggono esser’ora in Vostra Signoria la quale s’ha partorito
nome in universale (et il mondo sa ch’io non adulo, né trascendo il vero) di aver’animo d’Ales-
sandro, et d’Augusto, et che crescendo gli anni ella abbia da finir di ridur l’Italia in quello splen-
dor delle lettere, nel quale i suoi antecessori la cominciarono a ritrovar doppo le rovine, et distrut-
tioni de’ Barbari. Essendo cosa certa, che l’Illustrissime Case da Este, de’ Medici, et la Monte-
feltria sono state quelle, alle quali l’Italia riconosce tutta la restitutione delle belle let-
tere, et già gode il mondo di veder che oggi più che mai vive in loro questa nobilissima concorren-
za d’avanzar l’un l’altro in venirle di continuo rimettendo in seggio. Nel qual glorioso certa-
me pare che Vostra Eccellenza abbia dato saggio fin qui di aspirare a precorrer tutti. Onde fin
dalla tenera sua fanciullezza s’è fatta sempre conoscere di non aver sorte di persone più ca-
re, che i virtuosi, et gli studiosi in ogni bella professione. Et fu ella che da prima col suo favore
eccitò la musica cromatica, della quale è intendentissima, et che con la sua munificenza die-
de al mondo la musica d’Adriano, ch’era ancor nascosta. Et finalmente oltre alla natura-
le, et ereditaria intentione dell’illustrissima casa sua, in esser sempre albergo, et come ma-
dre, et produttrice de’ begli ingegni, si vede che Vostra Eccellentia è ora circondata di tante
dottissime, et virtuosissime persone, che forse Ferrara sola contrapesa in questo numero, et in
valore a tutto il rimanente di tutta Italia, per non dir più oltre. Senza che già s’intende
per tutto universalmente, ch’ella ha due bellissime, et gratiosissime sorelle vergini, l’Il-
lustrissime Signore Principesse Lucretia, et Eleonora,
le quali in sì tenera età sono così profondamente dotte in ogni scienza, et principalmente
nelle lettere greche, latine, et volgari, che di quanti grandi uomini concorrono a visitar-
le, non se ne parta alcuno, che non ne rimanga attonito, et non goda di gridarle al mondo per
un raro miracolo dell’età nostra. Per tutte adunque queste convenevolezze, et ragioni ch’io
ho già dette, oltre a molt’altre che potrei soggiungerne, si degnerà Vostra Eccellentia d’aggra-
dir con la somma benignità dell’animo suo, che sì come da lei ha da conservarsi, et ridursi in
colmo d’ogni sua gloria, non solo quella nobilissima casa, che da Ruggiero ebbe origine, ma an-
cora tutta l’Italia, così sotto il nome suo si conservi, et finisca di condur nel colmo d’ogni splen-
dore questo divino poema, nel quale si narra il principio di detta sua casa, et si rende gloriosa la
felicissima nostra Italia nel cospetto di tutti i secoli. Di Venetia il dì xii d’Aprile MDLVI.

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Ruscelli non risulta autore di nessuna opera di argomento geografico (cfr. Iacono, Antonella, Bibliografia di Girolamo Ruscelli. Le edizioni del Cinquecento, Roma, Vecchiarelli, 2011). Nel 1561 Ruscelli cura per Valgrisi l'edizione in volgare della Geografia di Claudio Tolomeo (Ptolemaeus, Claudius, La Geografia di Claudio Tolomeo alessandrino, Venezia, Vincenzo Valgrisi, 1561).

La storia dell'ippogrifo è narrata da Ariosto in Orlando furioso, IV, 44 e seguenti; la vicenda di Ruggiero nell'isola di Alcina è diffusamente narrata nel VI canto; le riprensioni e l'aiuto della maga Melissa per sfuggire dall'isola di Alcina occupano il VII canto, ottave 56-80.

L'opera, in realtà, non fu mai pubblicata, ma insistenti sono in tutta l'edizione Valgrisiana del 1556 i riferimenti alle Bellezze di Ruscelli. In una lettera datata 18 Aprile 1556, indirizzata a Giambattista Pigna, Ruscelli di nuovo parla di questa opera in divenire, per la cui stesura e probabilmente pubblicazione si augura di poter avere l'appoggio di Alfonso d'Este (cfr. Ruscelli, Girolamo, Lettere, a cura di Chiara Gizzi e Paolo Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli, 2010).

Ruscelli ha presente il modello omerico, che applica alla vicenda di Ruggiero e quindi per traslato ad Alfonso d'Este. Si veda il parallelismo che Ruscelli conduce tra Achille e Ruggiero nelle Annotationi et Avvertimenti di Girolamo Ruscelli sopra i luoghi importanti del Furioso, posti alla fine dell'edizione Valgrisiana del 1556.

Ruscelli, Girolamo, De' commentarii della lingua italiana, Venezia, Damiano Zenaro, 1581. L'opera è stata edita postuma.

L'opera, in realtà, non fu mai pubblicata. In una lettera datata 18 Aprile 1556, indirizzata a Giambattista Pigna, Ruscelli parla delle Istorie, come di un'opera in divenire, per la cui stesura e probabilmente pubblicazione si augura di poter avere l'appoggio di Alfonso d'Este (cfr. Ruscelli, Girolamo, Lettere, a cura di Chiara Gizzi e Paolo Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli, 2010). Nel 1572 uscì postuma, per i tipi di Comin da Trino a Venezia, l'opera di Ruscelli, Indice degli uomini illustri, che, alcuni ipotizzano, contengano le annunciate Istorie.

Ruggiero comincerà il suo viaggio con Agramante nel canto XXI, libro II, dell'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo.

La storia della nascita di Ruggiero e della sua educazione è narrata prima in Boiardo, Matteo Maria, Orlando innamorato, libro II, canto I, ottave 72-75, e ripresa poi da Ariosto in Orlando furioso, XXXVI, 60-62.

Scheda

Autore

Ruscelli, Girolamo

Dedicatario

Este, Alfonso: d' (duca di Ferrara; 2)

Indicazione bibliografica

  • Orlando furioso di M. Lodovico Ariosto, tutto ricorretto, et di nuove figure adornato…, Venezia, Valgrisi, 1556

Collocazione

Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea

Studio

Apparati

  • Illustrazioni
  • Ottave d'argomento