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Prefatione di messer Clemente
Valvassore giureconsulto su l’Orlando furioso.


A chi legge.


Se tutti ugualme[n]te potessero penetrar i profundi misteri de’ libri sa-
cri, sarebbe nel vero inutile ogni altro studio, ma non potendosi quelli inten-
dere se non da gli alti ingegni, o per dono speciale di Dio alluminati, dobbiamo
almeno ne gli altri, come in alcune ombre, o specchi, essercitar gli occhi del-
la mente. Et quando poi saremo più instrutti, si rivolgeremo allora alle cose
sacre, et quasi assuefatti prima a guardare il sole nell’acqua, dirizzaremo
il veder nostro all’istessa luce. Questo dicono aver già fatto quel gra[n] Mose, il cui nome et per dot-
trina, et per santità è appresso tutte le genti grandissimo: il quale non prima si pose alla conte[m]pla-
tione di Dio, ch’egli fosse ammaestrato nelle discipline de gli Egittii. Questo medesimo raccontasi
del sapiente Daniele, che avendo appresso i Babilonii appresa la scientia de’ Caldei, si diede poi
alla investigatione delle cose divine. È dunque convenevole cosa lo studio de’ filosofi, de’
poeti, de gli oratori, et d’ogni altra sorte de scrittori, da quali sia per aggiungersi qualche utili-
tà ad assottigliar l’ingegno. Ma sopra tutti giudico, che legger si debbano i poeti, si per la cogni-
tione delle cose, come ancora per la eloquenza, essendo la poesia quasi mezana tra la divina
teologia, et gli altri studi umani, anzi non essendo in altro differenti da quella, se non per le
favole et fintioni, ch’ella così apertamente usa. Il che si può conoscer dall’intentione de’ poeti
eroici, li quali di profunda scientia, et d’altissimo ingegno dotati, vogliono mostrarne la sem-
bianza d’un prencipe sapientissimo, che vinca se medesimo ne i felici avvenimenti, et ne i
sventurati con forte animo sostegna i fieri assalti della fortuna, con la prudenza, et con
lo consiglio cacciando i sopravegnenti pericoli. Onde gli attribuiscono tutte quelle arti,
ch’appertengono al governo de’ popoli, la giustitia per punitione de’ falli, la benignità per
l’amore de’ sudditi, l’ammaestrato guerreggiare per sua difesa, l’autorità riverenda per ac-
quetar' i tumulti, con molte alte, senza le quali i regni non possono lungamente durare;
et massime senza la religione, perche niuna operazione riesce à lodevole fine, se la superna pro-
videnza di Dio generale arbitro di tutto il mondo non gliela conduce. Ma, si come gli alberi frut-
tiferi spargono tuttavia le foglie intorno ài rami, così questi nostri favolosi teologi ragiona-
no della virtù, et di Divo ravolgendoli sempre nel velo di varie fintioni. Et sì come dai fiori niu-
na cosa gli altri prendono eccetto l’odore: ma l’api ne sanno trar’ il mele ancora: noi parimen-
te penetrando oltre la vaghezza delle fittioni potremo trarne profitto grandissimo. È ben ve-
ro, che se non vi si discerne col giudicio intero, in scambio della virtù molte volte s’apprendono le
passioni accecatrici dell’animo. Per la qual cosa lo studio de’ poeti dee assomigliarsi al lavoro
delle medesime api, le quali non cogliono ugualmente tutti i fiori, né anco i colti divorano, ma
quel solo gustando, c’è atto à far’ il mele niente d’altro si curano. Così noi cogliendo quel so-
lo, che ne dimostri argumento d’infallibile verità tutto il rimanente trapasseremo. Nella qual
cosa conviensi nulla riputar questa vita, né giudicar bene alcuno, che più di quella non si disten-
da, [n]on dunque nobiltà, non gagliardezza, non beltà, non ricchezza, non gli onori avuti da
tutti gli uomini, non finalmente l’istesso imperio, né qual si voglia eccellenza di questa vita. Ma
più da lungi procedano le nostre speranze, et indirizziamole all’altra vera vita, i cui beni tan-
to di gran lunga eccedono ogni nostro pensiero, che s’alcuno comprendesse colla mente tutta la
felicità dopò gli uomini creati et insieme raunasse in un cumulo, non potria etia[n]dio agguagliar-
ne una minima particella; ma l’umane cose insieme raccolte si troverebbono più lontane da quel-
la, che l’ombra et il segno dalle cose vere; anzi, quanto in ogni parte è molto più pretiosa l’ani-
ma del corpo, tanta è la differenza loro. Or perché à questa vera vita co[n] niuna cosa vi si può a-
scendere, se non col mezo della virtù, lei sola dobbiamo ricercare, et tutte quelle altre, che non vi
possono pervenire, come di niuno momento sempre disprezzare. Quando dunque i poeti rac-
contano l’alte operazioni, et i sapienti detti de gli uomini eccellenti, raccogliamoli co[n] tanta affet-
tione, che d’esser tali destino ne i cuori nostri un’ardentissimno desiderio. Quando all’incontro ca-
dono su’l ragionar d’alcuni lascivi et scelerati, fuggansi l’orme loro, et chiudansi l’orecchie no[n]
men, che sì facesse Ulisse al canto delle sirene. Et perché i pravi ragionamenti traviano le deboli
menti, et le trapportano a pessima vita, guardiamosi con ogni diligenza, che trà la vaghezza del-
le loro fintioni incautamente non ammettiamo qualche male, come quelli che occultamente inghio-
tiscono il veleno mescolato col mele. Questo così fatto pericolo m’induce à credere, che di quanti
si sono ritrovati perfetti poeti, così ne gli antichi secoli, come à nostri, di niuno vè ne abbia, che al
divino messer Lodovico Ariosto preferir si debba. Il quale in questa nostra lingua volgare ha col suo
Orlando furioso rilevata l’eroica compositione à tanta altezza, à quanta giama s’alzasse per
Virgilio, et Omero nella lor favella. Né però qui si legge la moltitudine de’ Dii, né la loro discor-
dia; non gli adulterii, né gli scelerati lor congiungimenti, che non senza gran rossore si potrebbo-
no dir’etiandio de gli animali irragionevoli. Ma qui un solo Iddio, eterno, giusto, et immutabile
con perpetua providenza dispone et governa le cose umane. Qui si castigano i commessi peccati,
et si guiderdonano i beni, qui è innalzato il legitimo prencipe, et l’empio tiranno è posto al fondo;
qui si vede, quanto siano brevi l’umane allegrezze, et infinite le miserie. Et in brieve, qui appari-
scono innanzi à gli occhi le virtù tanto illustri, et in tal maniera fulminati i vitii, che niuno filoso-
fo, non che altro poeta meglio insegna, o esprime quel che per noi seguitar et fuggir si debba in que-
sta vita mortale. Ricorrete dunque alla mirabile dottrina di questo gran poeta cristiano, che
vi so ben dire, ch’egli vi agevolerà l’erto sentiero de’ sacri misteri sollevandovi con infinite sue mo-
ralità, che voi stessi potrete adunar, come quelle ch’io vi afferisco al principio d’ogni ca[n]to. Non cre-
diate perciò che tutto quel che si racconta sottogiaccia à sentimento allegorico. Per-
chè, si come col solo vomero si fente la terra, et pur vi sono necessarie ancora l’altre membra
dell’aratro, così fra le cose che si descrivono, alcune importano moralità, et molte altre s’inter-
pongono per continuar la favolosa narratione. Ma ecco ch’io m’impongo silentio, acciocché voi
vi apparecchiate or ora ad ascoltar’ il divino poeta, nel quale attendete, vi priego, come sia con-
giunta gravità con leggiadria, ch’amendue in lui compiutamente si trovano. Di Venetia del 53.

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Homerus, Odyssea, XII, 39-46.

Valvassori allude all’incipit del quarto libro del De rerum natura (IV, 11-22), ma cambia l’immagine lucreziana di segno: la finzione letteraria non è più solo il miele che agevola l’assunzione di concetti salutari e complessi, ma può anche far ingerire agli indotti il veleno dei “pravi ragionamenti”.

Biblia, Prophetia Danielis, 1, 3-6

Biblia, Actus Apostolorum, 7, 22

Scheda

Autore

Valvassori, Clemente

Indicazione bibliografica

  • Orlando furioso di M. Lodovico Ariosto, ornato di nove figure, e allegorie in ciascun canto, Venezia, Giovanni Andrea Valvassori, 1553

Collocazione

Reggio Emilia, Biblioteca Comunale "A. Panizzi"

Studio

Riferimenti Testuali

  • Basilius Magnus - De Spiritu Santo, XIV, 33
  • - Biblia, Epistola Beati Pauli Apostoli ad Corinthios prima, 13,12
  • Seneca, Lucius Annaeus - Epistulae morales ad Lucilium, XI, 84
  • Petrarca, Francesco - Familiares, XXIII, 19, 13'14
  • Agostino (santo) - De Civitate Dei, XVI, 2, 3

Apparati

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